Diploma in ansia, master in Sindrome dell’ impostore

Ci viene insegnato che dobbiamo ambire a qualcosa nella vita, per diventare qualcuno. A scuola, ci viene inculcata l’idea che dobbiamo essere i primi della classe, tornare a casa con nove e dieci per valere di fronte alla nostra famiglia. Poi usciti dalla scuola, ci viene fatta pressione, per scegliere, non importa quale, un liceo o un istituto professionale, (se non sei tanto bravo a studiare).

Se sei stato uno studente modello e ti sei stressato abbastanza per i voti, ti sei portato a casa un bel 100 con lode (perché no). Mentre se hai bighellonato, sei riuscito a strapparti un 60 tirato e tiri un bel sospiro di sollievo. Per i primi c’è la scelta quasi obbligata dell’università, (beh, sei bravo a studiare, non vorrai mica sprecare il tuo talento da secchione). Per i secondi, tocca la via del lavoro, spesso il primo che paga un salario stracciato. Ma come si arriva a sentirsi impostori nella propria vita?

Scegliere il percorso per noi

Spesso siamo gettati nelle braccia della prima università o lavoro che capitano, senza una minima preparazione di quello che ci aspetta nella vita adulta. E così ecco, che ci imbocchiamo in una strada o percorso accademico che spesso non fanno per noi e sono lontani dai nostri sogni o le nostre inclinazioni.

“Ragazzi, la vita reale non è un sogno, i sogni bisogna lasciarli perdere, ci sono le bollette da pagare!”

Ed ecco, che nemmeno rendendocene conto siamo già dentro quella bolla dell’adulto medio. Se abbiamo già uno stipendio che paga “abbastanza” bene, è ora di farci una macchina da sfoggiare agli altri amici, di trovare qualcuno per non sembrare soli e sfigati, e aprire un mutuo, perché.. che fai, non te la compri una casa come i poveri comuni mortali?!

Se invece ci siamo impantanati con l’università (che io manco la volevo prendere, penserai), allora ci tocca stringere i denti, arrancare fino alla magistrale (per chi ci riesce!), e per i più coraggiosi, proseguire anche con un dottorato. E quando quel pezzo di carta importante ce l’abbiamo in mano, e quel lavoro tanto ben invidiato l’abbiamo ottenuto, che succede dopo?

Quando i nostri nemici siamo noi stessi

Succede che non riusciamo a goderci nemmeno in quel momento il nostro traguardo, i nostri successi. Comprensibile, direte, se, come spesso accade, abbiamo seguito un percorso consigliato o imposto da altri. Se invece in quel percorso di studi ci abbiamo creduto in primis noi stessi, ci abbiamo messo tutta la motivazione e passione, se quel lavoro l’abbiamo sognato e atteso così tanto, perché allora poi non riusciamo a esserne fieri, a mantenere quel posto di lavoro, ad accettare quella promozione che ci è stata offerta?

Perché molto spesso, c’e quella vocina, dentro di noi, che ci ripete -“Non sei abbastanza!”, “Non sei fatto per questo lavoro!”, “Scopriranno presto che sei incompetente”, “Non vali abbastanza!”, e chi più ne ha, più ne metta. Sì, lo so, sono frasi che non diremmo al nostro amico più fidato. Eppure, chiunque le ha pensate, almeno una volta, per sé stesso, davanti a una grande occasione, fosse stato anche prima di un appuntamento con la persona che ci piace.

(Non) ce la farò!

Ebbene, questa è la cosiddetta sindrome dell’ impostore, detta così perché a sentirci impostori siamo proprio noi stessi: quando ci sentiamo di troppo o non all’ altezza di una situazione, un lavoro, una promozione, o una persona come nel caso delle relazioni. E questo nasce da una mancanza di fiducia in noi stessi o da bassa autostima.

Questa sindrome prende spazio spesso nelle persone che più sono consapevoli di se stesse, ma che lo sono proprio perché spesso hanno ricevuto critiche e giudizi negativi durante l’infanzia, nell’ambiente famigliare, sociale o scolastico di origine. Chi è stato criticato o sminuito da piccolo ha molta più probabilità di sviluppare questa sindrome, anche se può essere vissuta da chiunque altro. Se i primi a non credere in noi stessi erano i nostri educatori o i nostri genitori, è spesso un dato di fatto che anche noi non avremo una sana autostima e ci comporteremo di conseguenza.

Autosabotaggio ne abbiamo?

Il problema è che quando ci si sente inadeguati o non all’ altezza di qualcosa, o in molti casi di qualcuno, ecco che iniziamo inconsciamente a mettere in atto dei comportamenti che vanno a sabotare quello che abbiamo raggiunto. Eh sì! .. perché chi sperimenta questa sindrome, è portato poi, quasi o del tutto inconsciamente, a mettere in atto dei comportamenti che vanno a sabotare quello che ha di positivo raggiunto.

È solo pigrizia?

Se abbiamo da poco avuto una promozione, ma pensiamo dentro di noi, di non meritarcela, ecco che inizieremo a procrastinare, arrivare tardi a lavoro, saltare dei meetings..

Tutto questo perche vogliamo sbarazzarci del nostro successo il prima possibile. In questo modo, gli altri penseranno che è qualcosa che noi abbiamo commesso, ad averci fatto fallire, e non quello che noi siamo! Non potremo, così, dare la colpa al fatto che non siamo abbastanza, ma al fatto che abbiamo procrastinato o non ci siamo impegnati abbastanza. Avete presente quando il giorno prima di quell’ esame importante, non vi veniva voglia di studiare, e il vostro cervello vi diceva – “Ehi, perché non esci con i tuoi amici, o ti guardi quella bella serie, mangiando delle patatine fritte, invece di aprire i libri ?!”.

Ecco quella si chiama auto-sabotaggio, amici miei. E cosi, senza rendercene conto, stavamo gia fallendo a quell’ esame, prima ancora di farlo.

La nostra mente ragiona così -“Se fallisco prima a quella cosa, potrò sempre dare la colpa a qualcosa di esterno, come ad esempio aver guardato la serie, invece che studiare, ma non potrò accusare me stesso/a in quanto incapace“.

C’è una statistica che dice che il 70% dei vincitori alla lotteria è destinato a perdere entro un anno gran parte dei soldi che ha vinto; questo perché non ci si sente meritevoli di quel denaro, e quindi ce ne vogliamo, inconsciamente, sbarazzare. Assurdo, direte..!

Programmati per inseguire ciò che conosciamo

Ebbene, purtroppo la nostra mente non è programmata per renderci felici e realizzati, bensì per seguire ciò che le è famigliare. E se per voi, essere criticati negativamente o sminuiti, è una cosa famigliare, allora ecco che l’inconscio considererà sempre normali le critiche negative, e rifiuterà qualsiasi tipo di apprezzamento o complimento, così come il successo.

Questo, come potrete capire, e un atteggiamento rischioso, perché ci frena molto nella vita, ci porta a perdere tante cose belle, a non mirare nemmeno a raggiungerle o ci fa allontanare dalle persone che sono lì per amarci. Ad esempio, all’interno di una relazione, è possibile che si incorra in atteggiamenti tossici verso i nostri partner, senza nemmeno rendercene conto, spesso perché abbiamo avuto esperienze sentimentali negative in passato, che ci hanno fatto credere di non meritare un amore sano, e quando poi lo incontriamo, dobbiamo respingerlo in qualche modo, perché il nostro inconscio non è abituato a ciò.

Celebrare noi stessi

Ovviamente c’è una via d’uscita, e ciò che siamo stati o che abbiamo vissuto in passato, non determina ciò che vivremo in futuro. Se cambiamo il nostro modo di trattare noi stessi, possiamo anche cambiare la nostra realtà esterna. Ad esempio ogni giorno, in ogni situazione quotidiana, possiamo cominciare a usare parole gentili e amorevoli con noi stessi.

Lo so! è imbarazzante e farà strano all’inizio..ma è proprio perché il nostro inconscio non è abituato a parole positive, che dobbiamo farlo in maniera esagerata. Possiamo innanzitutto, iniziare a ripeterci che noi valiamo, che siamo degni di amore, siamo meritevoli di complimenti, che sia del nostro capo di lavoro o del nostro partner, che siamo degni di avere quella promozione e di avere un salario superiore, perché abbiamo molte competenze e vanno ricompensate. Possiamo ricordare a noi stessi che se abbiamo successo, è perche abbiamo faticato molto per arrivare in vetta, e quindi ce lo meritiamo!

Sola, in un Paese straniero

Vi racconto, ad esempio, come abbia fatto a superare questa sindrome, quando mi sono ritrovata da sola, in un Paese straniero a concorrere per quella che sarebbe diventata la mia futura carriera da assistente di volo, (ne racconto anche nel mio articolo sul trasferirsi all’estero). Mi ritrovai nella giornata di selezione per questo lavoro nella mia attuale azienda…l’unica ragazza italiana…in Germania…in mezzo a madrelingua tedeschi … tutti che ambivano al mio stesso ruolo.

Così, spesso titubante delle mie capacità di minimamente superare la prima fase di screening, provai a mettere a frutto le settimane passate di ripasso accanito di tedesco. Cercai di non pensare che gli altri erano sicuramente molto più spigliati di me a livello linguistico, e diedi il meglio di me davanti ai selezionatori. In quei momenti, posso dire di aver provato un po’ di quella sensazione di essere di troppo: l’ennesima straniera che viene a sfilare via il lavoro in un altro Paese, o la ragazza che non ne sa nulla di aviazione e non ha mai fatto un volo intercontinentale nella sua vita, ed eccola che vuole improvvisamente lavorare in aereo! (Il mio primo volo oltreoceano in uniforme sarebbe poi stato Las Vegas ).

Credere in me stessa o tornare indietro

Le sfide più grandi si presentarono quando sono finalmente diventata assistente di volo: ci sono stati dei primi voli, in cui alcuni colleghi del tempo, mi guardavano con occhi diversi, forse perché non ero madrelingua come loro, forse perché mi attribuivano gli stereotipi dell’ essere italiana, o perché temevano che potessi fare un lavoro migliore.

In quei primi voli, ero una ragazza insicura, che ancora non si sentiva forse all’altezza di essere lì, perché in fondo quel lavoro lo aveva sognato da tanto tempo, e lo aveva messo su un piedistallo. E sì, combattevo ancora con una bassa autostima, che non mi faceva avere abbastanza fiducia nelle mie capacità. Eppure, poi mi sono detta: Veronica, o credi in te stessa e fai vedere che vali e sei stata scelta per una ragione, oppure te ne torni indietro sconfitta! Così, ho alzato la testa, ho aumentato il volume della mia voce quando parlavo tedesco, senza timore di fare errori, e ho iniziato a sorridere di più, fiera di me stessa. Mi sono imposta, quando era necessario, e ho schiacciato quella vocina dentro la mia testa che mi diceva: “Non ti meriti di essere qui”.

Se anche tu stai provando questa sensazione a lavoro o nelle tue relazioni sociali e sentimentali, e vuoi superare questo limite che ti frena, mi piacerebbe aiutarti con un percorso di consulenze privato. Per saperne di più, contattami qui sotto!

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